Durante la discussione che si è aperta sulle proposte di legge “Caroppo” e “Iaria” in Commissione Trasporti alla Camera dei Deputati, l’on. Giulia Pastorella di Azione ha aperto al modello “Uber Pop” per i piccolissimi comuni, già dichiarato illegale in Italia e più in generale nella stragrande maggioranza degli Stati dell’Europa continentale. Alcuni parlamentari non hanno evidentemente chiari i fondamenti del trasporto pubblico non di linea. Tra questi vi è il fattore sicurezza. Secondo l’on. Pastorella il trasporto del “sig. Mario con la sua Cinquecento del 1960 che si offre di portare la signora Geppina” è illegale e pericoloso, ma “se il sig. Mario fosse presente sulla piattaforma Uber … potrebbe traquillamente fare la sua vita di agricoltore e aiutare la signora Geppina in maniera tracciabile”. Da qui, secondo l’onorevole “anche le cattive piattaforme possono dare quella flessibilità” utile al sistema. 

A nostro giudizio valutazioni di questo genere sono molto pericolose alla luce di ciò che riporta il dibattito internazionale in corso. Non si capisce che un’auto se fa trasporto pubblico senza i necessari controlli a monte, nonchè senza la professionalità intrinseca al mestiere ed all’attività d’impresa, può trasformarsi in un luogo di assoluto pericolo, da cui non è facile scappare. Infatti, primariamente, non può essere una piattaforma privata a dare il crisma della legalità e sicurezza a ciò che invece, sempre un privato, seppur semplice cittadino, potrebbe fare in assoluta autonomia. Ed è la drammatica esperienza internazionale a dircelo. Il business model di queste piattaforme si fonda sulla semplice interconnessione tra il cellulare dell’autista e del cliente. L’unico elemento di garanzia a monte per il cliente sono le famose “stelline” reputazionali. Il dibattito internazionale denuncia casi in cui sfruttandosi delle buone “stelline”, un cellulare passa dalla mano di un’autista a quelle di un altro, finendo poi nelle mani sbagliate. Per il periodo 2017-18 Uber ha dovuto dichiarare nei soli USA oltre 6000 casi di aggressione sessuale sulle clienti. Si tratta di una cifra mostruosa di circa dieci casi al giorno. Ad oggi, secondo quanto riporta la stampa internazionale, siamo a 400.000 casi denunciati dai clienti, e proprio la settimana scorsa si è aperto a Phoenix il primo giudizio di 3000 casi denunciati. Alcuni gruppi di pressione hanno lanciato la campagna “Every 8 minutes”, di cui ha anche parlato il New York Times (https://youtu.be/kitXnmKM0WM?si=eu4QlTtBcti88jJt). Tante sarebbero le violenze che si registrerebbero a bordo di queste auto. Le molteplici sospensioni subite dalla multinazionale a Londra per ragioni di sicurezza, lo scandalo “Greyball” citato dall’inchiesta internazionale “Uber files” relativo ad un software interno alla piattaforma per evitare i controlli delle autorità, così come le sanzioni subite da Uber anche in Italia e Olanda per uso improprio di dati soggetti a privacy, sono altre gravi criticità di questi business model. 

Tutto questo è lì a dirci che ci vorrebbe molta prudenza da parte dei rappresentanti dei cittadini a perorare modelli che, quanto meno dal punto della responsabilità sociale d’impresa, sono fortemente criticabili.

Claudio Giudici
Presidente nazionale Uritaxi

Ultima modifica: 22 Gennaio 2026