Ricordiamo che Uber é quella realtà che quando andava di moda la sharing economy, si proponeva come “sharing economy” ma fu subito smascherata dal dibattito universitario di non essere tale. Era quella che si proponeva come disintermediaziome, accusando i radiotaxi di intemediare, ed invece essa era ed é intermediazione – bella cara anche! – quando le cooperative o i consorzi radiotaxi non intermediano (nessun costo per l’utenza e semplice contribuzione alle spese, senza alcun profitto d’esercizio, richiesto al tassista lavoratore). Come sempre, il dorato mondo al contrario della potente propaganda a suon di illusionismo, che presenta la realtà nell’esatto modo opposto a come essa invece è.
Giorni fa la general manager di Uber, sul solco di quella linea, qualche verità ce l’ha detta sul Corriere della Sera:
«Qui le regole rendevano molto difficile operare con modelli diversi dal taxi…”
Vero, anzi verissimo, visto che la legge é fatta per impedire che con regole di favore per il NCC e di sfavore per il taxi, entrambi facciano attività di taxi. Ed il modello Uber, diversamente, non industrializza proprio questa ingiustizia?
Continua la generale manager:
“… poche licenze, costi elevati.”
Come sempre, dichiarazioni da vero “partner” dei tassisti. Una realtà tenuta “sotto controllo”, per usare celebri argomenti di propaganda avanzati da pezzetti interni alla categoria dei tassisti!
Le licenza non sono poche, ma quel che bastano per avere uno dei servizi taxi più efficienti al mondo, ma senza trasformare i lavoratori in lavoro precario e sottopagato, proprio come avviene invece per causa delle multinazionali nel mondo.
E sui “costi elevati” dei taxi, ecco un’altra menzogna/ipocrisia: Uber ha forse portato prezzi più bassi? Oppure ha portato un modello che specula sull’utenza nei momenti di maggior richiesta?
E ancora la manager “partner” dei tassisti:
“In quel contesto il taxi era la vera porta d’ingresso per portare tecnologia nel settore”…
Ed ecco finalmente una prima incontestabile verità, ma comunque accanto ad un’altra menzogna! Il taxi é stato “la vera porta d’ingresso”. Come vi abbiamo sempre detto, fino al maggio ‘22, ossia fino all’accordo Uber-ItTaxi, Uber non riusciva a sfondare nel trasporto pubblico non di linea italiano, poi, per causa di quell’accordo l’ “incendio” è stato diffuso ben oltre a dove era stato appiccato, coinvolgendo tante altre città d’Italia che fino a quel momento erano rimaste indenni. E per portare cosa? “Tecnologia” – dice la manager di Uber – in un settore già iper-tecnologico, già dotato di tecnologie universali – dunque un settore già capace di arrivare a tutta l’utenza – e non solo di tecnologia “app”. Dunque, Uber e quell’accordo, hanno veramente portato “tecnologia” oppure hanno portato intermediazione e predazione di fette di mercato che altrimenti non avrebbe avuto?
E quando leggiamo che i “numeri dicono la verità”, se la verità è dire, come fa la manager di Uber, che “l’80% dei nuovi utenti Uber è locale” allora la certificazione del disastro compiuto dall’accordo Uber-ItTaxi è totale e senza appello. Se nessun tassista gli fornisse il taxi, quella percentuale si sgonfierebbe clamorosamente…
Claudio Giudici
Presidente nazionale Uritaxi
