Sulla portata concorrenziale del divieto di concorrenza tra soci (lettera a La Nazione)

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Riportiamo per integrale la replica del Presidente nazionale Uritaxi, Claudio Giudici, a La Nazione, apparsa nell’edizione cartacea del 5 maggio, in versione rimaneggiata (per ragioni di spazio).

Egr. dott. Olivetti Rason,

mi permetta, sulla base delle stesse dinamiche storiche sviluppatesi proprio a Firenze (così come in molte altre città italiane ed europee) di dimostrarle come sia priva di realistico fondamento la sua affermazione per cui “pare innegabile che la pluralità dei sistemi di chiamata permetta di facilitare l’accesso al servizio e, pertanto, che le clausole di esclusiva dei contratti con i radiotaxi costituiscano un effettivo ostacolo all’ingresso di operatori concorrenti”. Infatti, il 4390 Taxi Firenze non sarebbe mai potuto nascere e strutturarsi senza l’art. 2527 del Codice Civile relativo al divieto di concorrenza tra consoci – dizione che già di per sè, nella sua immediatezza, all’osservatore privo di pregiudizi non dovrebbe fare specie, anche solo per un superiore principio di lealtà operativa tra soci -. Quando infatti nel 1974 un gruppo di tassisti decise di staccarsi dall’unica cooperativa a quel tempo esistente (col suo storico 4798), se non vi fosse stato quel divieto, essi avrebbero continuato ad operare grazie alle chiamate affluenti dal consolidato numero radiotaxi fino ad allora esistente, invece che al dedicarsi, al fine della sua progressiva strutturazione, al 4390. Quindi, proprio questo divieto di concorrenza interna tra consoci, consente ed ha consentito una concorrenza esterna per la clientela. Esso rappresenta dunque un contrasto ab origine al monopolio, ma anche una garanzia in fieri alla formazione di nuovi monopoli. Infatti, declinando in modo corretto la teoria nella pratica, si rifletta sulla naturale dinamica predatrice connaturata alla immane forza finanziaria di questi nuovi operatori controllati da multinazionali straniere. Per la sola Italia, l’app di Mercedes che lei ripetutamente cita nel suo articolo, Mytaxi, ha riportato perdite operative per il 2018, di 10milioni di euro, con una previsione di ulteriori 18milioni di euro per il 2019. Per Uber, invece, la trasparenza impostale dalla quotazione sul mercato borsistico americano, ha fatto emergere perdite per 10miliardi di dollari negli ultimi due anni, senza neanche un esercizio operativo in utile in oramai un decennio di attività. Capirà bene che con tali finanze, senza alcuna norma a tutela del mercato, sia sul lato dell’offerta che della domanda, il processo di monopolizzazione dello stesso sarebbe scontato e inevitabile (come potrebbero delle piccole imprese artigiane quali sono i tassisti, con i loro radiotaxi, a difesa sia del lavoro che, appunto, della concorrenza, contrastare tanta potenza finanziaria?).

E circa l’aprirsi alla tecnologia di cui parla, evidentemente sfugge che i taxi italiani siano sempre stati nel mondo all’avanguardia tecnologica. Ad oggi, quasi ogni taxi è riconducibile a radiotaxi ed app prodotte in house dalla libera capacità imprenditoriale dei tassisti italiani. La più diffusa, itTaxi, è operativa in una settantina di città italiane, creata nella legge e per la legge, senza le pretese destrutturanti delle garanzie a tutela sia dell’utenza che dei valori costituzionali del lavoro, della piccola imprenditoria, del cooperativismo.

Per tutto ciò, ammirevole è stata la decisione del TAR del Lazio, perché utile a contribuire all’auspicabile ripristino della fiducia nel vigente sistema costituzionale materiale.

Firenze, 4 maggio 2019.

Claudio Giudici
Presidente Nazionale Uritaxi

 



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Quello che segue è invece l’editoriale del dott. Olivetti Rason, pubblicato da La Nazione in data 4 maggio 2019.

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Inserito in: Articoli, Ufficio studi

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