553-mmDi cosa sia (e non sia) la sharing economy si è discusso e si discuterà ancora tanto. Di quanto poco amata (anche per ragioni sacrosante) sia la categoria dei tassisti anche. Eppure, a parere dello scrivente, spacciare per immacolate e generose dispensatrici di innovazione società che fatturano miliardi pagando a nero eserciti di lavoratori dietro il paravento della “libertà di autogestione dell’impiego”, non è accettabile, soprattutto se vogliamo sul serio far ripartire l’economia non solo per un numero sempre più ristretto di individui.

Ho utilizzato Uber Pop diverse volte, anche per svolgere una piccola inchiesta che sto conducendo sui drivers. A parte non l’aver mai ricevuto alcuna fattura vera e propria nonostante le mie continue richieste via mail, ho notato che le persone che mi offrivano un “passaggio” erano tutte disoccupate, cassintegrate e precarie. 

QUANTO GUADAGNA UN DRIVER?

Mi si dirà: “Bene, quindi Uber garantisce occupazione a chi ha un reddito basso o inesistente”. In realtà è tutto qui il nodo, che possiamo sciogliere chiedendoci quanto guadagna in media un guidatore che decide liberamente di scarrozzare full time per la città dei perfetti sconosciuti. Ho parlato della cosa con un cassintegrato e con un disoccupato, che usavano Uber per arrotondare il loro magro o del tutto inesistente stipendio. Il primo non dedicava alla guida per la multinazionale più di 3-4 ore giornaliere. Il secondo, invece, arrivava anche a 10 ore di “turno” in auto. Il tutto, vorrebbe farci credere Uber, per il solo piacere di condividere un percorso urbano con altre persone e per il piacere di guidare nel traffico cittadino dalle 9 alle 19.

Il primo mi ha detto di riuscire ad intascare circa 600/700 euro di “rimborso spese” ogni mese. Pagano puntuali, mi ha assicurato, con bonifico dall’estero. Non ci sono contratti né fatture né ritenute d’acconto da emettere e ti offrono assistenza legale completa in caso di problemi. Arrivano anche a pagarti la (salatissima) multa per esercizio abusivo della professione. L’importante è che non chiedi loro contratti di collaborazione e regolarizzazioni. Ho spiegato al ragazzo che di fatto, per il fisco italiano, lui è un evasore totale e che se lo beccano di quei 600 euro al mese gli resta ben poco in tasca. Il secondo, invece, come detto lavora full time ed arriva fino a 1400 euro al mese. Parliamo sempre di un “rimborso spese”, esentasse e con bonifico proveniente dall’estero. Il tutto ovviamente al netto di spese carburante ed usura dell’auto, bollo, assicurazione e via discorrendo che restano a carico del driver. Insomma, anche evadendo il fisco e sperando di non essere pizzicati, il compenso per i guidatori di Uber Pop è sul serio anoressico, soprattutto se consideriamo le cifre mostruose e la crescita senza fine che l’azienda sta collezionando oramai da qualche anno. In media parliamo infatti di 8,75 euro lordi l’ora. Senza contributi versati, senza alcuna tutela e pagati con il paravento, molto poco credibile, del semplice rimborso spese. Non serve di certo un luminare dell’economia per comprendere che, di fatto, un “libero professionista” che guadagna meno di 9 euro lordi l’ora (circa 4/5 netti a seconda della vettura considerata), non può di certo vivere dignitosamente, specialmente in città come Milano e Roma, dove fino all’ultima sentenza che ha imposto il blocco totale del servizio Uber Pop ha operato.

IL NUOVO MEDIOEVO ULTRALIBERALE

Una volta le grandi aziende assumevano in maniera stabile migliaia e migliaia di dipendenti. Crescevano comunque, i loro fondatori (in maniera sacrosanta) diventavano comunque ricchissimi ma creando e garantendo nuovi posti di lavoro. Oggi, da Google a Facebook, passando per Uber, parliamo di giganti da miliardi di dollari che concentrano la ricchezza nelle mani di pochissimi e si affidano ad eserciti di “lavoratori indipendenti” pagati sempre meno e a numeri sempre più esigui di dipendenti regolarizzati (e regolari), anch’essi retribuiti in misura decrescente rispetto ai loro colleghi di un trentennio fa. 

Si tratta, se ci pensiamo, di un vero e proprio neofeudalesimo in salsa ultraliberale: chi arriva prima, prende tutto e cerca di arroccarsi prima e meglio possibile su posizioni dominanti o al massimo di oligopolio. Costruisce una roccaforte, scava essa un fossato che ipocritamente chiama “libero mercato” e diventa un vero e proprio re inamovibile con ha valvassori e valvassini (i dipendenti ed i dirigenti a contratto che comunque hanno stipendi più bassi dei loro colleghi che lavorano in aziende non “innovative”) e può contare sui nuovi servi della gleba, ovvero su quella frangia sempre più ampia di lavoratori senza alternative e con redditi sempre più esigui che vivono di stenti pur lavorando molto ed accettano di tutto, rassegnandosi al loro destino da emarginati e contribuendo ad arricchire chi ha già più denaro di quanto potrebbe spendere in 10 vite.

LA REGRESSIONE E LA VERA INNOVAZIONE NECESSARIA

Di fatto si tratta appunto di una regressione sociale ed economica e non certo di dell’evoluzione positiva che molti hipster figli di papà ci raccontano (e si raccontano) con entusiasmo. Se Uber vuole fare “sharing economy” con la mobilità sostenibile, invece di lanciare iniziative ridicole (e molto dispendiose) dove si chiede ai propri utenti di scattarsi “selfie” vintage ritratti poi da un artista vestito da pittore del 900, pensi a regolarizzare i propri drivers o a organizzarsi come BlaBla Car ed altri servizi simili, dove in pieno clima di (vero) sharing esiste un guidatore che condivide un percorso preciso scelto da lui e non fa da tassista abusivo; percepisce un reale rimborso spese e trasporta passeggeri solo se e quando trova qualcuno che vuole condividere il suo viaggio in un momento preciso. Uber Pop funziona invece a “chiamata”, ovvero l’utente apre l’app, prenota una corsa da un punto all’altro della città, ed il driver che lavora da vero e proprio taxi privato corre a prenderlo e a lo trasporta dove richiesto. A questo punto, anche i taxi fanno da oltre un secolo “sharing economy”, solo un po’ più costosa. 

Il car sharing esiste già, da anni, e sono favorevolissimo a proporlo come alternativa ai dispendiosi Taxi. Il problema è che (probabilmente) non permette di guadagnare le cifre che vogliono guadagnare i signori di Uber e/o non permette di farlo in tempi tanto stretti e con percentuali di crescita e marginalità tanto elevate. Ergo non è una questione di avversione all’innovazione ma, al contrario, una questione che riguarda le tutele sacrosante di chi lavora. Tutele che un tempo erano scontate e che oggi vengono svendute e poi fatte sparire nel mare magnum della deregulation che concepisce una sola eccezione come regola: quella de “arraffa tutto chi arriva prima”. Combattiamo per abbattere le barriere all’ingresso di certi settori e per innovarli seriamente e non a discapito di chi vi lavora; non per entrarci con furbate immorali e a spese dei redditi più bassi. Combattiamo affinché una multinazionale che fattura miliardi di dollari paghi più di 3 euro netti l’ora i propri collaboratori esterni. Non è questione di “ideologia anti-liberale” (o finanche “comunista”). E’ banalmente questione di buon senso. Ridiscutiamo le regole di certa new economy e allora sì che mi farò volentieri promotore della campagne pro-Uber e per qualsiasi altra azienda virtuosa che non veda nel profitto esorbitante l’unico valore da perseguire, al di la di ipocrisa, avidità patologica e supercazzole da startupper sfigato.

Articolo di Germano Milite
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Last modified: 22 Giugno 2015