428-fiDi Uber ho scritto molto, non prevedevo di ritornarci, la Magistratura aveva fatto il suo dovere bloccandola, toccava al Governo esprimersi. Nell’attesa che decida, mi dicono che l’azione di lobbying, estesa anche ai salotti dell’economia, alla quale il povero Renzi è sottoposto si possa ormai configurare ai cicli di chemio.

Sono successi i fatti gravissimi sul périphérique di Parigi, mi hanno scritto o telefonato, amici, lettori, taxisti, conoscendo il mio interesse sui «segnali deboli» (Uber è uno dei miei preferiti). Ho però un imbarazzo, considero questo tema talmente banale che mi sfugge il perché di questa rissosità senza senso e delle pesanti azioni di lobbying, alla quale la stampa di regime fornisce il suo apporto.

Due gli aspetti che studio da tempo: 1 Il modello di business e il rispetto delle leggi, trattandosi di servizio pubblico fatto da privati; 2 Perché una lobbying così aggressiva?

  • 1 Il «servizio pubblico dei trasporti» può essere gestito dal pubblico o dal privato, ma la normativa deve essere pubblica. Come lo è per la scuola: ci sono scuole pubbliche e private, ma le regole sono quelle pubbliche. Pubblico o privato per me sono indifferenti, mi interessa il servizio. In Svizzera ogni forma di trasporto è pubblico ed è eccellente, i taxi sono solo privati (non c’è Uber) e sono eccellenti. Quando vivevo a Londra il servizio ferroviario era pubblico (ottimo), poi divenne privato (decadde, oggi non so), però mi guardo bene dal generalizzare, si valuti caso per caso.

Quando salgo su un old taxi o un Uber devo però avere alcune certezze assolute: a) che il guidatore sia un soggetto certificato; b) che ogni anno venga sottoposto dall’Asl a un check-up totale: vale per i taxisti ma pure per tutti quelli a contatto col pubblico. Un esempio, un decreto statale del 2008 prevede che: “tutti gli insegnanti delle scuole pubbliche e private di ogni ordine e grado devono essere sottoposti ad alcol-test periodici». Se vale per un professore di filosofia, figuriamoci un driver. Invece dei driver Uber, finora autentici uomini delle catacombe, nulla sappiamo.

Sostiene Uber che grazie alla sua App i driver sono in grado di praticare prezzi più competitivi, con auto nuove, e pure profumate. Fantastico, appena operativo, mi precipiterò a chiamare i «giovani e pimpanti driver Uber» abbandonando al loro destino i «frusti taxisti liberi». In effetti è vero, tempo fa feci una prova: stesso percorso, col taxi 12,30 col driver 10, c’era il profumo ma il driver era un cassaintegrato Fiat (un furbetto-ladro, tipo Sanremo: un caso non fa testo).

Come cittadino devo però avere la certezza che: a) sulla commissione del 20% di sua spettanza Uber ci paghi le tasse fino all’ultimo euro, senza «furbate» tipo giocare sui costi di trasferimento dai paradisi fiscali ove piacevolmente soggiorna a dove opera; b) che Uber quando accredita al driver il prezzo della corsa, dedotta del suo 20%, pratichi una trattenuta d’imposta del 25% e la versi all’Agenzia delle Entrate, così i driver saranno più sereni, e pure lo Stato.

Un liberale come me ha così la certezza che la mitica competizione sia ad armi pari, vinca il migliore.

  • 2 Di Uber mi sfuggono due aspetti: a) perché sia così contestata nel mondo civile (dove le tasse si pagano); b) perché faccia così tanta lobbying verso gli enti governativi, quando sarebbe semplicissimo spiegare in TV e sui giornali la genialità della loro App. Fermo restando il rispetto delle normative sanitarie per chi pratica un servizio pubblico, il conto economico dei taxisti è stato radiografato dall’Agenzia delle Entrate. Sappiamo al centesimo quanto è il suo utile dopo le imposte sulla corsa da 12,30 di cui sopra. Trattandosi di un business elementare, ho provato anch’io a simulare come possa un driver campare incassando da quella corsa non 12,30 ma 8 (2 glieli ha trattenuti Uber). A meno che costui non paghi tasse e contributi (ricordo che c’è il cumulo se si fanno più lavori) è impossibile campare, anzi, senza ammortamenti, ci si mangia il capitale investito (auto).

Se così fosse, ma mi rifiuto di crederlo, qualcosa di certo mi sfugge, come potrebbe mai un governo, basato sulla trasparenza e senza conflitti di interessi come ripete con forza, accettare un modello di business che trasferisce a una multinazionale americana quanto destinato allo stato.

Spero che si faccia presto chiarezza sul modello di business Uber e sui suoi driver. Se share economy, disruptive innovation, business model dovessero basare la loro competitività, ripeto non lo posso credere, solo nel non pagare le tasse e non rispettare le leggi, rimanga pure in California.

Da secoli abbiamo tre varianti (siciliana, campana, calabrese) di una nostra App del mondo pre-analogico, che produce Pil, occupazione, consumi, risparmi, fa investimenti e fa pure lobbying. Malgrado ciò i migliori di noi la combattono.

 

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Last modified: 29 Gennaio 2016