techTra un’arma da offesa e una da difesa, la differenza coincide spesso con l’uso che se ne fa. Il banale principio si applica anche alle più sofisticate tecnologie: software e strumenti pensati per la sicurezza, o per migliorare la nostra vita, si possono tradurre in pericoli per la privacy o, peggio, per la libertà. Chi frequenta la Rete regala molte informazioni su di sé, più o meno consapevolmente, ma esistono tecnologie che passano con disinvoltura al “nemico”. E quel che è peggio è che siamo talvolta noi stessi a metterle a disposizione.

Si è molto parlato dello scandalo che ha coinvolto la National Security Agency negli Usa, una forma di spionaggio a tappeto con la implicita complicità dei grandi protagonisti della Rete, da Google a Microsoft, da Apple a Facebook. Ma sono sempre di più gli esperti che ci avvertono che Il Grande Fratello, previsto nel romanzo di Orwell, “1984”, non è il governo: siamo noi.

I nostri peggiori amici

Sono molti gli esempi, più o meno vicini, praticati temporaneamente all’estero o già visibili nelle case italiane. È improbabile, per esempio, che abbiate sentito parlare di iDair e del suo dispositivo airPrint, in grado di eseguire la scansione e identificare le impronte digitali da quasi 20 metri di distanza.

Inutile dire che l’esercito americano è il cliente più interessato al prodotto, ma il mercato è libero. Non si parla di un bazooka, ma di un oggetto grande come una piccola torcia elettrica. In un’azienda un datore di lavoro può acquisire e stampare le impronte di tutti i dipendenti, e magari di qualche candidato e perfino di clienti, senza dare nell’occhio.

Può darsi che non sia la prima preoccupazione di un capo del personale e di un imprenditore, oggi e in Italia più che mai. Forse sarebbero più tentati dalla possibilità di spiare i dipendenti e gli spyware usati dai criminali informatici possono trasformarsi in mezzi di controllo del lavoro.

In America si registra il caso della Food and Drug Administration, che avrebbe installato Spector360, creato per combattere il furto di proprietà intellettuale e le violazioni dei dati, ma utilizzabile anche per intercettare la digitazione sulla tastiera di un gruppo di scienziati della FDA, in particolare email spedite alle autorità su dispositivi medici ritenuti pericolosi. Gli scienziati sono attualmente in causa e anche altre due agenzie governative, la TSA e la Federal Maritime Commission, sono indagate per il monitoraggio dei dipendenti.

Mutatis mutandis, è di questi giorni la notizia che le società telefoniche, Ericsson e Wind, potranno sfruttare i dati di localizzazione geografica rilevati da una app attiva sugli smartphone dei loro dipendenti, con benedizione del Garante “purché i gruppi adottino adeguate cautele a protezione della loro vita privata.

Il “nemico” sul cellulare

Abbiamo scrittoche le app usate sui cellulari per scambiare file e messaggi (la più famosa: WhatsApp) soffrono quasi tutte di lacune per la privacy. Delle 39 esaminate nel rapporto “Secure Messaging Scorecard ”, solamente sei hanno passato il test a punteggio pieno, guarda caso le meno note al grande pubblico (ChatSecure, CryptoCat, Signal/Redphone, Silent Phone, Silent Text e TextSecure).

WhatsApp, strumento di massa, è stata chiamata a rispondere di questi limiti da diverse autorità per la privacy, in Europa e in Italia . Anche il servizio di cloud di DropBox, che accoglie foto, documenti e informazioni di milioni di persone nel mondo, è stato messo sotto accusa da Ewdard Snowden, già noto per avere aperto il vaso di pandora dello spionaggio digitale della Nsa e oggi in esilio forzato. Secondo Snowden, l’uso di DropBox mette a serio rischio la nostra vita privata e l’azienda sarebbe ostile a politiche di garanzia da questo punto di vista.

Se la spia non abita sul palmo della nostra mano, magari è in casa, su un elettrodomestico che da tempo sostituisce il focolare casalingo. Ebbene sì, un consulente IT in Inghilterra, Jason Huntley è stato tradito perfino dal televisore. Quando la sua Smart TV LG ha iniziato a mostrare pubblicità stranamente connesse ai programmi appena visti, ha usato il suo computer portatile per monitorare il traffico wireless tra TV e ricevitore Wi-Fi, e avrebbe scoperto che ogni spettacolo e ogni tasto premuto sul suo telecomando erano inviati in Corea del Sud, nel centro di “comando” della LG.

Sui telecomandi, oggi, si possono anche digitare pin personali e, caso più che mai raro (per ora) dati di carta di credito. Dati che potrebbero essere intercettati da male intenzionati.

Se in casa vi sentite relativamente sicuri, la “spia” digitale è forse sotto casa, o in metropolitana. In alcune stazioni della metro di San Francisco sono attive telecamere prodotte dalla BRS Labs , specializzata in sistemi di riconoscimento comportamentali. Che significa? L’azienda dei trasporti installerà 288 telecamere, capaci di analizzare 150 cittadini per volta. Un database e un software collegati permettono di distinguere gesti “normali” da comportamenti strani, classificati come sospetti e segnalati al servizio di guardia per prevenire reati e vandalismi. Chi abbia visitato le strade di San Francisco sa quanto l’aggettivo “normale” non sia tra i più utilizzabili…

Nulla di simile c’è nelle nostre strade, o quasi. Giusto un anno fa la città di Varese vinse allo Smau nella categoria Smart City con un esperimento di sicurezza urbana che ha qualche vaga affinità con quello di san Francisco. Si tratta di videocamere di controllo che consentono ai cittadini di parlare con le autorità via Bluetooth, ma anche, in via sperimentale, di un’app che registra e segnala rumori sospetti: vetri infranti, spari, grida scomposte.

La sicurezza è un bene condivisibile, soprattutto in alcune zone delle nostre città, ma sapere che i controlli della polizia potrebbero, oggi o domani, dipendere dal fatto che ho uno strano atteggiamento o parlo a voce troppo alta, un po’ di inquietudine la dà.

Prospettive perfino più preoccupanti possono suggerire i cosiddetti Scanner molecolari, con un raggio d’azione che copre fino a 164 metri di distanza. La società Genia Photonics produce un laser scanner che sarebbe in grado di “penetrare abbigliamento e molti altri materiali organici e produrre informazioni spettroscopiche, in particolare di materiali con impatto sulla sicurezza, come gli esplosivi e sostanze farmacologiche”. Come negarne la triste utilità in tempi in cui donne e bambini si fanno esplodere, complicando e talvolta annullando l’efficacia di perquisizioni e posti di blocco? Genia afferma addirittura di poter identificare cellule tumorali singole in una scansione in tempo reale o di rilevare tracce di sostanze chimiche nocive nei processi produttivi. Il che renderebbe più sicuri i lavoratori di aziende che manipolano prodotti pericolosi.

Tutto bene, dunque. Chissà: il Department of Homeland Security e qualunque autorità metta le mani su questa tecnologia potranno cercare tracce di droghe o esplosivi sui vostri vestiti, ma anche cambiamenti nella vostra biochimica. Per esempio, troppa adrenalina è sospetta, e se soffrite d’ansia (e certo con questo articolo abbiamo un po’ contribuito), in qualche aeroporto internazionale questo potrebbe bastare a fare scattare un controllo di polizia. Magari innocuo, probabilmente non gradevole.

Di allarmi, in questi giorni, se ne sono sentiti fin troppi, e non vogliamo esagerare. Si tratta di scenari parzialmente lontani, ma certo la tecnologia ha accorciato molto i tempi tra quello che sembra possibile e ciò che si realizza concretamente. Il fatto è che le immagini rubate sotto un lampione o in una stazione metropolitana, le voci registrate, le scansioni, le impronte digitali, i dati che lasciamo volontariamente in Rete sono un rebus di facile soluzione per alcuni software già attivi.

La Palantir Technologies si è fatta notare con la lotta alle frodi su PayPal, per poi farsi arruolare da FBI, CIA e altri organi di sicurezza. Tra i suoi consulenti si trovano l’ex segretario di Stato Condoleezza Rice e l’ex direttore della CIA George Tenet.

Oggi, Palantir identifica parti correlate di informazioni in decine o centinaia di database e mette tutto insieme in un amen. Per i truffatori la vita è più difficile e la leggenda vuole che ci sia lo zampino del software nella caccia a Osama Bin Laden, ma in questo reticolo di bit ci sono anche pezzi consistenti della nostra vita: transazioni con carte di credito, prenotazione di biglietti, eccessi di velocità e molto altro.

Il volume enorme di dati dentro cui si nasconde tutto ciò costituisce una cortina di fumo sempre più leggera. E gli scandali più recenti hanno dimostrato che non sono solo i cittadini americani sotto la lente. La sicurezza, non da oggi, chiede un prezzo. Resta da capire quanto sarà alto per la nostra privacy, concetto in declino e forse da molti archiviato accanto alle macchine per scrivere e i gettoni per telefonare.

Last modified: 16 Giugno 2021